La storia della Calabria

La storia della Calabria è stata scolpita dai pirati e corsari turchi. I loro assalti sono durati circa un millennio, dall’ottocento dopo cristo ai primi del 1.800.

Tecnicamente sono corsari in quanto autorizzati a rapinare dal regno turco a cui era dovuta una parte del bottino.

Sono chiamati in vario modo: Turchi; Saraceni; Arabi; Barbareschi. Quelli che attaccavano la Calabria provenivano dalla costa africana, la Barberia, quindi Barbareschi, in Calabria li chiamavamo semplicemente turchi. Il grido “Mamma li turchi” riassumeva il terrore che si provava alla vista dei vascelli turchi avvistati nel mare, l’espressione è ancora in uso.

Se la Calabria, con circa 800 chilometri di costa, ha poche città antiche sul mare, è dovuto a questo pericolo, i centri abitati venivano realizzati all’interno dove era possibile difendersi o scappare.

Il sistema difensivo calabrese era fondato su un sistema di torri di avvistamento disposte lungo la costa. Le torri 

erano disposte in modo che ognuna ne vedeva altre due, sempre in costante contatto visivo. Quando dalle torri si avvistava la flotta turca, il custode accendeva dei fuochi, da uno a tre in proporzione ai vascelli in arrivo, e allertava la popolazione che così aveva il tempo di prendere le contromisure. Il sistema delle torri di guardia esiste tuttora, nel territorio di Falerna c’è la “Torre Lupo” nell’omonima località, a circa cinquecento metri a nord/ovest dal centro abitato.

Per la Calabria è stato un flagello millenario, anche alcuni modi di dire calabresi si riferiscono a questi invasori, “manica de pazzi” è riferita alle unità più piccole dei giannizzeri, i soldati turchi, tre persone che operavano sempre insieme. L’unità militare era detta “manica”, tre guerrieri, uno armato di scimitarra, l’altro di lancia e l’ultimo di arco e frecce.

Molte le poesie che ricordano questi eventi.

A Reggio ancora oggi si canta:

Arrivaru li turchi, a la marina
Cu Scipioni Cicala e novanta galeri.
Na matina di maggiu, Cirò vozzi coraggiu
Mentre poi a settembri, toccò a Riggiu.
Genti fujiti, jiti a la muntagna,
Accussì di li turchi nessuno vi pigghia!

 

All’armi! All’armi! La campana sona / Li Turchi su calati alla marina: / chi n’ha le scarpe rutte si le sola / nun’ha paura di pigliare spine 

 

La Calabria era povera, quindi potevano depredare ben poco, l’unico bene che avevamo erano gli uomini, quelli validi venivano fatti schiavi sulle galere, le donne belle venivano portate negli harem.

Il sistema turco era meritocratico, anche uno schiavo poteva fare carriera fino a diventare capo della flotta o re di Algeri. Successe con Giovan Dionigi Galeni, noto come Uluc Alì o Occhialì, monaco di Isola Capo Rizzuto che da schiavo diventò Rè di Algeri, forse il calabrese più potente che la Calabria abbia mai avuto. Invece nel sistema calabrese, e quindi spagnolo, senza il nobilato era impossibile fare carriera. Oltre ad Occhialì l’altro comandante noto era Cicala, padre ligure e nato a Messina, De Andrè gli dedicò la canzone “Crueza de Mà, a Reggio parlano ancora di lui.

I Turchi in Calabria hanno seminato sangue, qui vicino hanno distrutto Cetraro, Paola, conquistato Amantea, che è un nome arabo, conquistato Tropea, anche questo nome è di origine araba e molte altre città tra cui Reggio.

Il Monte Mancuso era una posizione militarmente importante, controllava la via tra il Tirreno e lo Jonio, per cui fu oggetto di attacchi. A ovest c’era il castello di Cleto, nel centro il castello di Castiglione e a est il castello di Nicastro, cadendo Castiglione sarebbero caduti anche gli altri due.

Un attacco dai monti risultava impossibile, l’unica via praticabile per i Turchi era il mare, ma la marina veniva controllata  dalla fitta linea di torri di guardia, il loro allarme dava il tempo di prendere provvedimenti. Le torri però furono costruite in un secondo momento, prima c’era un sistema di vigilanza organizzato dal sistema di fortificazioni, Castello di Castiglione, di Cleto, di Nicastro. I turchi provarono ad espugnare il castello di Castiglione con un attacco in forze. Le galere turche si inserirono nel Golfo di San Eufemia e risalirono la costa avvicinandosi alla riva in modo da essere visti da Castiglione il più tardi possibile. Doppiarono Capo Suvero e sbarcarono a pochi metri da questo ponte dove ci troviamo, allora il mare arrivava a pochi metri da questa posizione. I pirati però furono avvistati, la popolazione si organizzò e scese dai monti per affrontarli con quello che avevano i guerrieri con le armi, i contadini con forconi e asce. Lo scontro avvenne nel punto in cui ora ci troviamo, i turchi furono sconfitti e costretti alla ritirata. A combattere contro un esercito di professionisti, i giannizzeri, si trovò un popolo, soldati e cittadini normali  ben consapevoli che in caso di sconfitta avrebbero perso tutto: beni, vita e familiari, per cui la resistenza fu strenua.

Poco più sopra di questo posto, sul sentiero che conduce a Castiglione, c’è un masso sormontato dalla Statua di San Antonio Abate, a quei tempi era un sentiero stretto, in alcuni punti a cava, che collegava il mare a Castiglione. Dalle basi del castello fù fatto precipitare quel masso che schiacciò i turchi in un passaggio stretto, fù una strage. Approfittando del momento di sbandamento, i locali contrattaccarono e i Turchi furono costretti alla fuga. La credenza popolare attribuì a San Antonio Abate il lancio del masso e da qui la Statua eretta di sopra, San Antonio Abate è il protettore di Castiglione. Esiste un documento scritto dall’Arciprete Arcuri di Castiglione, fine ottocento, che racconta la storia. Scrive che gli abitanti di Castiglione quando passavano vicino alla pietra la baciavano e si facevano il segno della croce, da qui l’idea di edificargli sopra la statua. Scrive ancora che di tanto in tanto venivano ritrovate ancora scimitarre nella zona.

E’ importante ricordare questa battaglia, la vittoria fù considerata un miracolo, altre città molto più grandi e militarmente meglio protette erano state sconfitte e messe ferro a fuoco, se avessero  preso Castiglione avrebbero conquistato la Calabria. La Sicilia fù conquistata dagli arabi, ma la Calabria si è sempre difesa ricacciando i turchi in mare.

I murales rappresentano la scena della battaglia, il primo sulla sinistra salendo raffigura l’arrivo delle galee turche. Il secondo sempre a sinistra l’assalto al castello, il terzo, a destra parte monti, rappresenta l’intervento di San Antonio Abate che scaglia il masso e l’ultimo la ritirata degli assalitori.